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PUBBLICAZIONI

IL VENTO E LA LEGGE, 2009 

Oggi, anno 2093. L’Ordine degli psicologi non esiste più. Le vicende del mondo l’hanno da tempo cancellato, assieme agli altri Ordini, e quasi spazzato via, come fa il Vento del Nord, radente e teso sul giardino autunnale. Le Associazioni di counselling lo hanno sostituito. Ancora una volta il Pendolo della Storia ha proseguito la sua oscillazione inesorabile con cadenza tenace e imperturbata, scardinando privilegi e steccati che parevano eterni. E ancora una volta ci si è sorpresi, scandalizzati. Anche se il Pendolo ha un ritorno annunziato e certo, ad ogni tornar della mannaia c’è sempre chi pare scordarsi o non saper di lei e, stupito ogni volta, non accettarla mai. Ma il dato è certo: il Vento del cambiamento, quando il suo tempo arriva, travolge ogni Istituzione, ogni Legge stabilita. E con loro città, nazioni, civiltà. Pure non manca mai chi crede che le Leggi di ieri siano eterne e possano fare giustizia di ogni perdita, di ogni barbaro nuovo. Ma nell’anno 2093 sono spariti non solo gli Ordini professionali, bensì l’intero mondo di ieri. E da sì gran numero d’anni che anche i poteri forti che l’hanno soppiantato iniziano, invecchiati, a loro volta a scricchiolare. Anche per il counselling inizia il tramonto. E poteva esser diversamente? No! Eppure, ancora, dimentica e stolta, la Legge ostile al cambiamento cerca di opporsi in ogni modo al tempo nuovo. La risata che tutti udranno e la seppellirà, è quella del Vento, indifferente ai nostri bisogni, sorda ai nostri sogni, irridente ad ogni valore affermato.

Che fare di fronte alla catastrofe? Questo agile saggio, di un autore al cui registro filosofico non manca mai l’abilità del narratore, propone una sua risposta, offre elementi di riflessione e guida. Rossi scrive per chi, giovane, ha oggi il proprio futuro sconvolto da imprevisti, ma prevedibilissimi, cambiamenti epocali. Per chi, smarrito, non sa come affrontare con fiducia l’eclissi della luce e la notte che verrà. Per chi, confuso, dimentica che anche il buio sarà “stagione breve” e non sa che “il caduto e l’eretto sono un unico uomo”. Per chi, tremebondo nell’infuriante mare, non osa affidarsi al suo debole naviglio, non sapendolo sorretto dall’amorevole guida del daimon personale.

LA SCALA DI SHEPARD, 2007

Nel 1994 Rossi conosce ad Ascona Douglas Hofstadter, autore del celebratissimo saggio Goedel Escher e Bach – Un’eterna ghirlanda brillante. Tale “ghirlanda” è un canone eternamente ascendente che trova una sua traduzione musicale ne La Scala di Shepard. Il romanzo di Rossi, che da questa prende il titolo, racconta la prosecuzione della loro ricerca, ossia traduce in una storia, che assume aspetti misteriosi e inquietanti, lo sforzo rischioso dell’uomo sul sentiero della conoscenza.

Il romanzo, scritto nell’arco di undici anni, dal 1996 al 2006, è il risultato di una polifonia complessa in cui l’espressione letteraria s’intreccia con la ricerca scientifica e filosofica. Trasversale però ad ogni livello o genere corre l’unico vero protagonista della storia: la ricerca della conoscenza ultima, che gli dei hanno negato all’uomo.

Ma qual è il racconto che Rossi ci consegna?

 

A un piccolo editore di provincia si presenta un docente universitario con un romanzo da pubblicare. Ma in lui ci sono i segni della paura. Di cosa? Forse il manoscritto lo rivelerà.

Incuriosito, l’editore comincia a leggere.

Scopre così che in un’immaginaria Università della Magna Grecia un giovane studente è impaurito dagli strani fenomeni che accadono attorno a lui e insospettito dal comportamento di due insoliti docenti. Verrà però coinvolto nella loro vicenda, quando riceverà in dono, da uno dei due, uno studio sulla Sincronicità junghiana, con il mandato di proseguire tale ricerca e pubblicarne i risultati. Subito si accorge che questo progetto incontra ostacoli che egli crede opposti sia dagli dei dell’antica Grecia, sia da personaggi ben più concreti. Questi vogliono impedire la pubblicazione della ricerca e lo minacciano di morte. Follia? Forse. Ma pochi giorni prima che la pubblicazione vada alle stampe, l’autore viene davvero ucciso e il manoscritto rubato. Qualcuno ha voluto far sparire quella ricerca; la Scala di Shepard rischia di essere interrotta.

Questi gli elementi iniziali di uno scritto in cui il tema filosofico della ricerca inutile e senza fine viene accolto in una storia, sulle cui pagine si snoda, e forse si compone, la dialettica senza fine fra opposti in apparenza irriducibili: disperazione e speranza, assurdo e mistero, caduta ed eterno ricominciamento, eroico sforzo e indifferente apatia. La stessa polifonia dei generi (saggio, narrativa, teatro, sogno) ci dà il ritratto a tutto tondo di un’epoca e sta a testimoniare la babele dell’uomo, ma anche la sua ostinata vastità e volontà di composizione. Una conclusione ottimistica? Forse sì, perché la scala di Shepard che rappresenta l’evoluzione della conoscenza umana continua a salire inarrestabile, nonostante tutti gli ostacoli.

Per quale misterioso artifizio?

ECHI LONTANI, 2015

Cinque racconti di guerra. Uno di questi in versi. L'autore, quella guerra di cui scrive ('39 - '45), l'ha in parte conosciuta. Alcuni ricordi sono ancora vivi. Quando al rombo di un aereo si tuffava nel fosso più vicino, quando i tedeschi gli sibilarono due raffiche di mitra poco sopra il capo, quando nella sua casa vi era una mitraglia a ogni finestra. Ciò non ostante crebbe sereno e visse quella stagione come un gioco gigantesco, immane. Era del resto l'unica vita che allora conoscesse. Lui, la pace non l'aveva mai veduta. E gli restò la passione di sapere tutto di quella storia universale, di cui come esperienza personale aveva solo la feroce e lunga guerra civile attorno a casa, gli elegantissimi ufficiali tedeschi, le tende nere di sera alle finestre e il brontolio incessante dei cieli. La passione di saperne tanto e di dirne anche un po'. A modo suo. Ricordando, raccogliendo testimonianze, immaginando storie.    

"Nei pensieri del colonnello Von Klar quel ponte altro non era che la lugubre via della non lontana ritirata ignominiosa. Sempre che i bombardamenti degli Alleati lo avessero risparmiato sino a quel giorno. Già lo vedeva percorso dalla fila stanca dell'esercito tedesco in rotta o prigioniero che camminava per inerzia, senza più capi, senza bandiera, senza più armi né disperate illusioni". 

 

L'ANIMA E I GIORNI, 2016

Nessuna parola m'è più cara di quella di Montaigne: perché anch'io, come lui, mai ebbi, scrivendo, escluse poche opere destinate all’uso universitario, alcun fine che non fosse domestico e privato.  Estraneo poi, come sono, allo sfacelo delle lettere, e parlo qui della mia prosa soltanto, mai tenni in considerazione alcuna né il facile svago del lettore, ossia la leggerezza dell'opera, né la diffusione dei miei libri, ossia una possibile notorietà: le mie intenzioni non furono mai volte a questo scopo. Piuttosto dedicai ogni cura dello scrivere alla solitaria lettura di familiari e sodali. E semmai di qualche raro, e improbabile, sconosciuto estimatore che, guidato solo dal caso, si scoprisse affine al mio stile singolare e alla mia singolare visione del mondo.

Ciò che, scrivendo, sopra ogni cosa desidero è che si conservi l'immagine vera di quello che sono, la traccia fedele di un'anima, la mia, che sempre si nascose, e il fedele sembiante di quell'unica scrittura che mi è stato possibile amare. Ritratto di me che per riservatezza o pudore, o per amore di silenzio, non potei altrimenti mostrare.

Senza i miei libri, tanto, troppo, resterebbe di me sconosciuto.

Alcune cose le ho dette solo lì, nella pagina scritta.

Ecco allora il vero motivo, forse l’unico, che può giustificare l’atto di pubblicare questa selezione poetica: parlare infine, almeno un po’, per far conoscere,  anche a pochi, il mio particolare modo di vivere, di pensare, di amare; e magari, sì, anche di scrivere. (Luciano Rossi)

Cinquant’anni di poesia: tanti sono quelli dedicati allo speciale verbo del silenzio, e dai quali nasce quest’antologia lirica di Luciano Rossi; cento le odi che la compongono. Un’accurata e delicata scelta dall’intera opera quindi; una selezione severa, e, di certo, non poco sofferta. [...]

Dagli scritti affiorano, in modo trasversale, il senso del vivere e delle sue diverse stagioni, del tempo che inesorabile passa e che altrettanto fatale ritorna. Nonché, al di là dei temi specifici, tutto l’impianto letterario scelto muove la curiosa sensazione d’essere in presenza di una profonda e poliedrica leggiadria d’animo. Tanto delicata quanto strutturata è, infatti, l’intimità che pare suggerire il testo, restituendoci così il poeta nel suo pudore di uomo. Ma proprio Lui, sebbene non smentisca il fatto di prediligere un linguaggio e un modus vivendi abbastanza ermetici, sembra, qui, volerci lasciare aperto uno spiraglio su quelle preziose e peculiari segrete del suo essere. Non poco dunque, come diceva il cantautore e poeta canadese Leonard Cohen, sapendo che “c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”. (Emanuela Bellini)

PSICODIALETTICA, 1999

Nel 1992 usciva Negazioni: un libro sulla filosofia dell’artificiale. Lo ricordiamo perché, nel sesto capitolo di quell’opera, erano state illustrate per prima volta, sia pure in modo sommario e non ancora del tutto articolato, le caratteristiche di quella materia che abbiamo voluto chiamare Psicodialettica.  È questa, come fa intuire il suo nome, una psicologia dialettica che propone, alla speculazione filosofica e alla prassi terapeutica, alcuni nuovi strumenti, teorici e pratici. Nel 1993 e 1994 erano stati poi redatti i due articoli fondativi della nuova disciplina.  Essi furono letti in sede filosofica, in occasioni di convegni sulla filosofia e la scienza dell’artificiale. E solo nel 1999 furono inseriti e sviluppati in un volume destinato all'adozione universitaria. Recentemente altre fonti fecero indebitamente proprio questo nome, usandolo tuttavia in modo spurio e destinandolo ad un uso del tutto diverso.

 

Tributaria della fenomenologia hegeliana e d’alcuni contributi della junghiana Silvia Montefoschi, la psicodialettica si pone come la descrizione di un processo che avviene, e/o deve avvenire, in ogni esperienza umana. Così come avviene nella storia dell’umanità e nella storia della filosofia. Affiancandosi anche alle idee della psicologia analitica, il modello di un processo iniziatico d’individuazione, così come descritto nella fenomenologia psicodialettica proposta dall’Autore, apporta un contributo di maggior ampiezza e chiarezza al percorso junghiano, proseguendo, con luce theravada, il cammino di Jung laddove quello s’interrompe. (IMES)

É possibile una psicologia dialettica come scienza? Nell'orizzonte culturale, filosofico e scientifico del nostro tempo è ancora realmente possibile la fondazione e l'elaborazione di qualcosa come una psicologia razionale filosofica come scienza, o, come Rossi preferisce esprimersi, di una psicodialettica, giacché, da Platone in poi, la dialettica è sempre stata il metodo imprescindibile d’ogni genuino filosofare? (Giacomo Rinaldi, 1992)

 

La coscienza non è un fisso e statico essere, astratta identità, bensì processo, essere che si nega come immediato e astratto per porsi come essere intrinsecamente concreto, negando in tal modo l'originale negatività della sua immediata astrat­tezza; in quanto processo la coscienza è dunque negatività, alterazione, scissione in opposti contraddittori ed esclusivi, ed è altresì doppia negazione, duplex negatio, ossia soluzione e riconciliazione della sua immanente contraddittorietà in una totalità concreta e finale. (Giacomo Rinaldi, 1992)

NEGAZIONI, 1992

L'attuale stesura di parte dei saggi qui raccolti è maturata a seguito di ampliamenti e correzioni apportate ai testi di alcune conferenze; queste furono presentate ad altrettanti convegni, tenutisi negli anni 1990 e 1991 a Lugano e Urbino, sulla cultura dell'Artificiale.

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La parola Artificiale non ci impressioni o infastidisca, dato l'uso corrente del termine. Il discorso divergerà quasi subito. La riflessione, partita da un rivolgersi al mondo dell'artificiale con il solo intento, distaccato e critico, di ampliarne il concetto, ha finito, da un lato, per sfociare nel mondo dello Spirito, facendo aderire fra loro i concetti di artificiale e di spirituale, dall'altro per mostrare l'evoluzione dell'Essere. Quest'ultimo, non solo, partendo dal pensarsi gnoseologico, si è scoperto etico, ma anche, partendo da una posizione di distacco, si è riconosciuto coinvolto nei segni concreti del mondo e partecipe di essi.

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Presto dunque l'Artificiale arriva a cogliere che il suo fine non ha solo una veste gnoseologica ma anche una tensione etica. L'artificiale sco­pre di costituire oggi un nuovo archetipo, un simbolo dei tempi nuovi, attraverso il quale l'uomo si cerca, si nega, si raggiunge.

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In particolare nel sesto capitolo, dedicato alla Psicodialettica, saranno eviden­ziate, due ermeneutiche opposte, ma, a differenza di Ricoeur, che in­dividua come opposizione estrema quella che si stabilisce fra l'archeo­logia freudiana e la teleologia hegeliana, qui verranno scelte quella freudiana e quella junghiana. Esse, si dirà, attendono d'esser riunifi­cate in una sintesi di livello superiore, che non dovrà però essere una nuova proposta ermeneutica bensì una proposta diversa. Il fatto che essa venga fatta scaturire dalla fenomenologia hegeliana la rende una composizione che, pur situandosi ad un livello diverso dalle ermeneuti­che che vuole comporre, non si prospetta più né come vuota o come separata dal mondo e dalla società, come lo era la riflessione critico-trascendentale sviluppata all'inizio della modernità, né si presenta confusa nella partecipazione come lo sono le ermeneutiche.

L'interpretazione appare per molti, allo stato attuale della cultura, l'unica attività conoscitiva possibile e il rischio che essa comporta viene visto come il prezzo che la nostra domanda di senso deve pagare per procedere.

L'Essere del nostro tempo ha lasciato emergere da se stesso molte cose che chiedono d'essere interpretate. Per andare oltre l'assolutezza, l'io-penso pare doversi piegare all'io-interpreto. Se l'io-penso è stato il punto nodale per l'avvio della modernità, l'io-interpreto sembra rap­presentarne, per il momento, l'esito, o quanto meno il raggiungimento attuale.

UNA METODOLOGIA PER LE SCIENZE UMANE, 1979

Le teorie scientifiche sono il prodotto delle intuizioni e delle osservazioni degli scienziati e, pur se nascono innanzitutto per dar sollievo ai loro problemi (dal momento che il demone della ricerca li divora), sono finalizzate, almeno esplicitamente, ad un uso generalizzato e spesso vitale a favore della intera umanità.

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L'iter della ricerca è quasi sempre il seguente: a monte di tutto sta un problema, poi un'ipotesi di lavoro che subito risponda ad esso, esperimenti e osservazioni, nuove ipotesi e nuovi controlli.

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Il volume, a dispetto del titolo, dedicato più all'epistemologia che non alla metodologia,segue questo indice:

1. La conoscenza umana

2. La costruzione delle teorie

3. Il controllo delle teorie empiriche

4. I compiti delle teoria empiriche 

5. La resistenza delle scienze umane al metodo delle scienze naturali

DI ALCUNI PASSI SULLA VIA PSICODIALETTICA, 2007

Questo agile volume dedicato alla mia opera da due allieve (Laura Briozzo e Angelina De Luca) prosegue efficacemente sul piano pratico quella che fino ad ora era stata una costruzione solo teorica. Molto resta ancora da fare, ma tanto è stato impostato. In particolare l'aver articolato il cammino in quindici tappe rigorosamente enunciate sul piano pratico.

Mi auguro dunque che in futuro qualche allievo si possa dedicare a quel livello emozionale del viaggio che solo può renderne evidenti il fascino, la solarità, l'ebbrezza e a cui vorrei qui almeno accennare. Il viaggio psicodialettico, come quello analitico junghiano, è un viaggio iniziatico, una grande Opera, un'impresa simile a quelle che il mito ci tramanda.

Mi piacerebbe che, oltre all'approfondimento pratico dei "quindici passi", un altro aspetto venisse sviluppato in futuri lavori: il percorso psicodialettico come iniziazione. Spero di non abusare  dei miei desideri di fonatore. Se un po’ lo farò è perché reputo necessario che ci s'innamori di questi due aspetti e se ne conoscano gli ostacoli e le luci. (Luciano Rossi)

PAROLE CHE CURANO, 2000

Tutte le parole che raccolgo,

Tutte le parole che scrivo,

Devono aprire instancabili le ali,

E non fermarsi mai nel loro volo,

Fino a giungere là dove è il tuo triste,

[ triste cuore,

E cantare per te nella notte,

 ...

W. B. Yeats

 

Io sono nato e cresciuto in campagna ... e non so se questo mi renda un terapeuta diverso da quelli nati in città ... quello che so è che le luci della mia infanzia non escono mai dalla mia mente e quasi di necessità (ma altrimenti credo che le avrei inventate) mi accompagnano sempre quando mi trovo a ristrutturare l’esperienza dei miei amici pazienti. Per avere un’idea dei ricordi che mi passano per la testa quando suggerisco le mie visualizzazioni immagina una di quelle belle ... giornate tiepide e intense ... come si possono incontrare di frequente ... a primavera avanzata ... dalle nostre parti ... ovunque uno sia nato ... ma che mi parevano peculiari nella dolce conca in cui son nato io ... la verde vallata che ha prestato le prime immagini ... alla mia mente ... allora innocente e lieta ... una morbida conca che appare al visitatore come un largo calice ... sì da suggerire a suo tempo, a non si sa chi, il nome limpido e musicale di “Calicella” ... un vezzeggiativo che tenta di tradurre la grazia e serenità delle sue forme ... e che in qualche modo introduce ai suoi boschetti di sambuco ... ai vigneti multicolori d’autunno ... alla serenità delle sue notti estive ... quando nelle sue verdi carraie ... d’estate riposano i grilli e le cavallette ...

... durante la mia infanzia ... fuori dalla valle incantata della mia immaginazione fanciulla ... infuriava una guerra sanguinosa ... ma io allora non ne sapevo nulla ... quella cosa non occupava i miei pensieri ... dunque non c’era ... né per me, né per i miei compagni di giochi ... ché le nostre menti vagavano come farfalle sui fiori di pesco ... o come api sulle acacie ... o come uccelli sui nidi delle siepi ... e così può essere anche per te, lettore, se lasci che la tua mente vada a queste lontane rappresentazioni ... e semplicemente lì ... tra quelle care immagini ... si ambientino ora ... i tuoi sogni ... qualche immagine ... un riposo profondo ...

(Luciano Rossi)

 SED TANTUM DIC VERBO?  IL SILENZIO E LA PAROLA. 2010

Che funzione ha il silenzio in una didattica scientifica? Perché serve anche il silenzio per poter validare le conoscenze psicanalitiche? Vediamo di rispondere. Dopo le prime applicazioni del nuovo metodo psicanalitico ci si era resi conto che nonostante l'interpretazione, nonostante la spiegazione, il paziente, e con lui anche l'allievo, non capiva, non otteneva l'insight e, quando lo otteneva, non erano sempre le parole a produrlo. La tensione che il silenzio del maestro creava produceva nell'allievo degli stati emotivi che sarebbero rimasti sconosciuti se sedati o annullati dalle risposte alle domande.

Il silenzio ha un registro molto esteso: può esser vissuto come un rifiuto o come un rispetto, o, ancora, come un incoraggiamento.

Certo è che Il silenzio dell'analista produce una regressione del paziente, che non è fine a se stessa ma è al servizio della terapia. Proprio per questo motivo, il dosaggio del silenzio e della parola ha un'importanza sostanziale.

 In alcuni casi affinché l'allievo possa capire il maestro deve tacere. Gli antichi saggi credevano che l'uomo non possedesse la verità finché essa non diveniva parte del suo essere intimo. L'allievo capisce le parole dell'analista solo quando le ha già raggiunte prima da solo nel suo doloroso silenzio introspettivo. Riferiscono Thomä e Kächele che Freud stesso avesse raccomandato di non fornire informazioni “fino a quando il paziente non [fosse riuscito] da solo ad avvicinarsi alla comprensione” Ascoltiamo le sue parole:

 

Valutiamo con attenzione quando dobbiamo renderlo [il paziente] partecipe di una delle nostre costruzioni, aspettiamo il momento che ci sembra più propizio. Di norma procrastiniamo la comunicazione e il chiarimento di una costruzione a quando egli stesso ci si sia avvicinato a tal punto che non gli resti che un passo, sia pure il passo risolutivo della sintesi.

 

La conoscenza di un uomo non impresta le sue ali a quella di un altro uomo, ci ricorda Gibran, e mai come in psicanalisi e nelle dottrine iniziatiche “gli insight raggiunti per conto proprio hanno maggiore efficacia” rispetto a quelli proposti dal maestro.

 

UN COUP DE DES... , 2010

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Quanto al Professor Aureliano Munal, spagnolo, sarebbe opportuno ricordare che aveva incontrato molte difficoltà a scrivere il suo paper. Negli autori di cui disponeva, ma erano i soliti ormai citati da tutti, i pareri si dividevano equanimi: chi sosteneva che tutto è caso, chi diceva che il caso non esiste. Chi diceva che era un dio, chi sosteneva che era un genio malevolo, un genie malin. Altri dicevano che era tutto un discorso ozioso.

Anche i ricordi non lo aiutavano.

La prima cosa che gli affiorò fu la memoria di un lontano episodio accaduto in prima liceo. Il docente stava spiegando la Divina Commedia, erano arrivati là dove Dante dice che Democrito “il mondo a caso pone”, e lui aveva sostenuto che in questa espressione bisognava riconoscere un errore di Dante. Forse no, aveva obbiettato il giovane Munal, forse Dante non parlava di casualità, ma di caduta; forse il mondo si formava per la caduta di atomi. Allora Munal era solo un liceale e non aveva saputo dire di più. Certo sarebbe stato bello che avesse saputo, già allora, anche della epicurea parenclisis, o della lucreziana clinamen, che figurone avrebbe fatto..., ma quei termini li aveva imparati solo da grande. E precisamente quando gli era capitato fra le mani il romanzo di una casa editrice che aveva scelto di chiamarsi appunto “Clinamen”. Il titolo del romanzo era La scala di Shepard, il nome dell’autore non lo ricordava proprio... uno sconosciuto.

E di quello aveva deciso di parlare anche nella sua relazione, perché nella Scala di Shepard, di caso, ce n’era tanto: il tema dello scritto era fondato interamente sulla sincronicità junghiana... e poi c’era la curiosa coincidenza che a pubblicare un libro sulla sincronicità era una casa editrice che si chiamava Clinamen. Una combinazione fortuita senza dubbio, dato che clinamen significa appunto la caduta epicurea di atomi che deviano spontaneamente dalla perpendicolare per urtare altri atomi e creare gli eventi del mondo.

Quel che del romanzo interessava a Munal era solo la conclusione: nella Scala di Shepard si diceva che il caso non esiste.

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Queste riflessioni lo portarono pigramente ad adeguarsi e a concludere che il caso non esisteva. Questo scrisse nel suo paper. E con questa decisione si disse che il suo saggio era finito. Lo stampò e l’inviò all’editore. Sfortuna volle che sbagliasse indirizzo. Il plico non arrivò mai a destinazione. Così il libro a più mani uscì, ma senza il suo saggio.

Poco dopo vi fu la presentazione.

Munal ne era escluso e non aveva perciò motivo di parteciparvi. Così se ne stette a casa. Approfittò per sbrigare alcune cose in città. E fu proprio nell’istante in cui comprava Le Figaro nella piazza centrale che il treno Lione-Parigi, che lui avrebbe dovuto prendere, deragliò.

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